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Treddi.com intervista Fabio Santoro
By: D@ve 7.290 •

Treddi.com intervista Fabio Santoro

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Incuriositi dalla qualità delle sue produzioni, abbiamo colto l'occasione per farvi conoscere Fabio Santoro, artista italiano che dopo una gavetta nei vfx di casa nostra, presso Direct2Brain, ha deciso di fare il grande salto, oltrepassando la Manica per entrare in forza alla Squint/Opera di Londra.
Con il passare degli anni, Fabio ha arricchito notevolmente il proprio portfolio, diventando un apprezzato Matte Painter e Concept Artist.
 
Treddi.com: Come nasce la passione di Fabio Santoro per la grafica? Sostieni di essere nato con la matita in mano, qual è stato il tuo percorso formativo analogico e digitale?
 
Fabio Santoro: Non c'è, che io ricordi, un momento particolare in cui tutto è cominciato. Diciamo che fin da bambino mi è sempre piaciuto disegnare. Cercavo di buttare su carta tutto quello che la realtà mi offriva.
Ricordo, per esempio, che avevo una grande venerazione per i cartoni animati, Holly e Benji in primis, tanto che mi registravo le puntate ed ero arrivato ad avere decine e decine di vhs che poi  riguardavo e che mi consentivano, in pausa, di ridisegnare i personaggi o le scene clou degli episodi a mo' di figurine; alla fine li portavo a scuola fiero di mostrarli ai miei compagni che talvolta mi davano  delle vere e proprie commissioni!
Sfogliavo libri e fumetti di ogni genere, anche la tv era una grande fonte di inspirazione. 
Ricopiavo le cartoline antiche della mia città, poi le ripassavo a china e cancellavo la matita sottostante.
Ero sempre incuriosito dai grandi genii dell'arte, avevo un debole per Michelangelo il cui film con il celebre Charlton Heston mi aveva ispirato.
Ogni qual volta qualcosa attirava la mia attenzione, andavo a ricercarla sull'enciclopedia di casa.
Perché dico la matita? Perché per me è sempre stato il mezzo più veloce ed efficace per riuscire a buttar giù un'idea, diciamo il primo step.  
Si può dire che Il mio percorso artistico vero e proprio nasce quando, a soli 10 anni, i miei genitori mi iscrissero ad un corso di disegno nella mia città. Si trattava di una scuola molto artigianale organizzata da una persona del posto laureata in belle arti. Le lezioni si svolgevano in un piccolo appartamento e quando il tempo lo permetteva si andava per le vie della città a disegnare dal vivo. 
Oggi riconosco il valore che ebbe per me quel corso il quale mi fornì, in tutta la mia inconsapevolezza, le basi e le conoscenze che ancor oggi mi sostengono. Imparai la tecnica del chiaro scuro, dell'acquarello e della tempera, lo studio dell'immagine e delle sue proporzioni, fino alla prospettiva. 
Quello che io considero  il mio primo e vero maestro e che  oggi purtroppo non c’è più, si chiamava Bastiano Chelo e fu  colui che mi aprì gli occhi e mi mostrò il vero potenziale dell'arte. 
Questo diciamo che fu il primo vero capitolo della mia storia, quello che ricordo con più affetto e nostalgia.
All’età di 12 anni, con l’acquisto del primo computer, il mio interesse cominciò a spostarsi anche sul digitale. 
Photoshop divenne presto il mio software preferito. Si trattava allora della versione 5.0
Pian piano cominciai a scoprirne le potenzialità, grazie anche all'aiuto di un amico di mio padre che aveva all'epoca un piccolo studio dove realizzava montaggi e servizi fotografici per matrimoni e documentari. 
Mi prestava le riviste del settore e io mi divertivo a ripetere a casa i mini tutorial che vi trovavo.
Spesso con lo scanner trasferivo sul computer i miei disegni a matita o a china e poi li coloravo in Photoshop. Naturalmente  la tavoletta Wacom era ancora molto lontana dai miei pensieri.
La mia adolescenza fu, se cosi possiamo dire, il periodo degli esperimenti, quello in cui maturai sempre di più l’idea che i miei studi dopo il liceo avrebbero dovuto necessariamente proseguire seguendo questa passione. Trovai nel Corso di Grafica e Progettazione Multimediale della facoltà di Architettura di Roma il percorso più adatto alle mie esigenze. 
Il corso, con tutti i suoi pregi e difetti, mi fornì un'infarinatura generale di tutto quello che riguardava le mie passioni e mi illustrò le direzioni e le specializzazioni possibili da intraprendere.
L'esperienza universitaria rimane senza dubbio quella che più mi ha accresciuto culturalmente. 
Conoscere la storia e i grandi del passato, quelli da cui tutto è nato, penso che sia un requisito importantissimo per il lavoro di un creativo, requisito che molto spesso purtroppo viene a mancare nella convinzione che la sola tecnica sia sufficiente.
L'ultima tappa "scolastica" del mio percorso formativo fu il Master in Computer Grafica presso la scuola Big Rock di Treviso. Il corso di sei mesi fu un vero e proprio full immersion all'interno di tutti i meccanismi e le fasi della pipeline produttiva e servì ad aprirmi gli occhi su tutto quello che il panorama lavorativo offriva. Fu proprio dopo il master che cominciai a maturare l'idea di lasciare l'Italia, chiaramente non senza aver prima provato.
 
 
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Treddi.com: Se ti ritrovassi a conversare con un profano, come descriveresti il lavoro del matte painter? Nel senso, in quali fasi di una produzione entra in gioco e come si struttura il suo lavoro durante la pipeline?
 
Fabio Santoro: Non è facile riuscire a spiegare ad un perfetto profano in cosa consiste esattamente il mio lavoro. Spesso l'appellativo stesso di matte painter risulta un'incognita per i non addetti ai lavori.
Cercando di dare una spiegazione non troppo tecnica e capace di riassumerne al meglio i tratti, si può dire che il Matte Painter è essenzialmente un pittore di paesaggi, un creatore di sfondi che hanno come scopo quello di completare una scena.
Tuttavia andando oltre questa blanda definizione, penso che tra le responsabilità di un matte painter entrino in gioco fattori ben più complessi della semplice creazione di uno scenario. 
L'onere più grande è quello di riuscire a rendere una sensazione, il paesaggio non deve essere puramente funzionale ma deve affascinare, trasmettere qualcosa allo spettatore e allo stesso tempo apparire il più vero possibile. Uno stesso scenario può cambiare completamente la propria veste e assumere un mood diverso a seconda del contesto.
Un Matte Painter deve sempre essere pronto e capace di  creare all'occorrenza qualsiasi ambiente possibile, già esistente o del tutto immaginario, fotorealistico o stilizzato.
Come avviene tutto ciò? Lavorando sulla luce, scegliendo preventivamente la giusta palette di colori e miscelando al meglio i singoli pezzi che definiranno la composizione finale.
Per questo ritengo che il Matte Painting richieda alla base una forte sensibilità.
Il mio lavoro si svolge per lo più in campo architettonico.
Generalmente quando si comincia la lavorazione di un'immagine o di una scena, mi viene richiesto di realizzare un concept dell'atmosfera su un render 3d molto generico, spesso si tratta solo dei semplici volumi in grigio.
Questa è la fase di preproduzione dove le prove e i concept vengono presentati al cliente. Una volta deciso il look che l'immagine dovrà avere, il lavoro continua nel reparto 3d il quale si occupa di definire le geometrie, texturizzarle, illuminarle e infine renderizzarle.
L'immagine torna poi a me per la messa a punto finale e l'integrazione del render 3d nel contesto reale. A volte si tratta di lavorare su una o più foto della location fornite dal cliente, altre volte si tratta di ricostruire da zero l'ambiente del progetto.
Questa è la fase in cui l'immagine prende vita  e si determina la sensazione che essa dovrà trasmettere.
 
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Treddi.com:  A livello professionale, il trasferimento a Londra ti ha garantito maggiori opportunità. Prima di varcare La Manica ti sei fatto le ossa ed hai conosciuto professionalmente la realtà italiana, assai meno florida di possibilità, in particolare per chi vuole muovere i primi passi. Quali sono, all'atto pratico, le differenze lavorative tra l'Italia e la Gran Bretagna?
 
Fabio Santoro: Devo dire che in Italia la figura del Matte Painter è fondamentalmente sottovalutata, o forse se cosi si può dire, "poco necessaria" e come ruolo viene il più delle volte assorbito da figure più generaliste. 
In Gran Bretagna invece esistono società di peso internazionale che ne riconoscono il valore e che di conseguenza investono in questo campo risorse umane, professionali ed economiche.
Nel mio paese gli studi che operano in questo settore sono molto piccoli e si muovono in un ambito fondamentalmente provinciale, includendo con questo termine anche i pochi che operano in ambito nazionale con film e pubblicita'.
Fondamentalmente l'esistenza di un sistema abbastanza povero di investimenti si riflette drammaticamente sul settore e le società italiane che vi lavorano, si limitano, in modo ottuso a mio avviso,  a sfruttare i giovani che iniziano a cimentarsi, pagandoli pochissimo e non aiutandoli certo a crescere professionalmente, manifestando pertanto un'incapacità di valorizzare il talento il quale viene svilito di tutta la sua genuina passione. 
Sicuramente nel Regno Unito ho trovato persone disposte a darmi una possibilità di crescere sulla base delle mie capacità artistiche e professionali e di questo sono profondamente grato.
In conclusione, penso che qui ci sia una professionalità assolutamente maggiore e che l'aspetto tecnico sia preponderante, mentre in Italia c'è maggiore talento artistico ma una inesistente capacità di valorizzarlo.
 
 
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Treddi.com: Specializzarsi in un ambito produttivo costituisce spesso una carta vincente da giocare. Nel tuo caso, quando hai deciso di diventare un matte painter? Quali sono i consigli che daresti a chi, privo di specializzazione, volesse intraprendere un percorso simile al tuo?
 
Fabio Santoro: Sono venuto a conoscenza del Matte Painting durante il corso di Scenografia al secondo anno della mia facoltà. Fu in quel momento che misi a fuoco e decisi dentro di me cosa realmente avrei voluto fare nella mia vita.
L'aneddoto è alquanto buffo e premonitore se penso che casualmente il professore di quell'anno scelse di trattare la materia in un'ottica decisamente più moderna, distaccandosi da quelli che erano gli abituali contenuti del corso, basato principalmente sulla  scenografia "tradizionale" indirizzata al teatro e ai set televisivi.  Il corso si orientò verso la scenografia digitale e trattò in chiave teorica tutte le tecniche che stanno alla base degli effetti visivi cinematografici. 
Vidi per la prima volta cosa si celava dietro le scene dei più grandi cult del cinema, dai più datati ai più moderni, e questo mi affascinò immediatamente. 
Mi rimasero impressi i making of di Blade Runner, con tutti i suoi scenari immensi e spettacolari; tra l'altro questo film fu l'ultimo della storia del cinema realizzato in analogico prima dell'onda del digitale che si sarebbe di lì a poco abbattuta sul panorama cinematografico. Un capolavoro se pensiamo che il semplice pennello tradizionale riuscì a dare vita ad ambientazioni cosi ricche di dettaglio e fotorealismo per una scenografia totalmente inventata.
Da quel momento cominciai a vedere i film con occhi diversi. Ne analizzavo la luce, i colori, l'effetto dipinto che avevano le scene, elementi che, combinati come in un perfetto cocktail, le rendevano affascinanti ma allo stesso tempo infinitamente vere.
I tutorial della Gnomon furono i miei primi passi tecnici; Dylan Cole divenne presto il mio eroe, e lo è tutt'oggi. Penso che la sua tecnica e la sua capacità di rendere reale qualsiasi sensazione, siano speciali e inimitabili.
Sostanzialmente devo dire che il mio percorso attraverso il Matte Painting è principalmente un percorso da autodidatta, fatto di tutorial, ricerca, esperimenti e tentativi, in cui univo la tecniche apprese dai dvd al mio stile cercando di raggiungere sempre un compromesso tra tecnica e istinto. 
Penso che ci sia ancora molto da imparare e spero che le opportunità professionali me ne daranno sempre più il modo. 
Tornando all'aneddoto sopra citato, quell'anno non diedi l'esame e lo lasciai all'anno successivo con l'idea di dedicargli più tempo,  ma l'anno dopo il professore non venne riconfermato e fu sostituito. 
Il corso ritornò cosi a seguire il suo percorso tradizionale, riprendendo le tematiche degli anni passati. Morale della favola: per quell'esame mi trovai a  progettare un'ipoetica scenografia teatrale per una ballata di Stefano Benni. 
Per quanto risulti banale come storiella, rimane la vicenda che ha segnato più di tutte il mio percorso artistico e professionale.
Il primo vero lavoro di matte painting fu la mia tesi di laurea per la quale realizzai un piccolo corto dove mi divertii a rappresentare in chiave del tutto fantastica il mio paese molti anni dopo un ipotetico tsunami.
Il corto si intitolava "Axis - Realtà nella finzione" e, ad oggi, è il lavoro al quale resto più affezionato.
Se devo dare un consiglio a chi vuole intraprendere questa strada, penso che la cosa primaria sia il credere sempre nelle proprie passioni e potenzialità, l'essere curiosi e sperimentatori di tutto quello che la realtà ci offre, degli strumenti necessari che sono sempre in continua evoluzione, ma, cosa più importante,  non svilire mai la propria spontaneità artistica per la sola tecnica
 
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Treddi.com: I tuoi lavori sono caratterizzati da una forte valenza pittorica. Su quali procedure è basato il tuo workflow? Quali strumenti, analogici e digitali sei solito utilizzare? Hai uno schema tipo o tendi a variare parecchio i tool impiegati?
 
Fabio Santoro: Non esiste una procedura standard. Lavorare su una'ambientazione già esistente o per lo meno con degli elementi già definiti richiede un approccio diverso dal crearne una totalmente inventata.
Mi piace agire di impulso anche se qualsiasi lavoro necessita sempre di una pianificazione preventiva. 
Mi fido sempre del primo imput che la mia fantasia mi dà e tutta la lavorazione diventa un climax verso il raggiungimento di quell'immagine pensata. 
Il primo step del lavoro è quello di delineare l'idea, realizzare un concept in toni di grigio per definire la composizione degli elementi e la luce che la scena dovrà avere. Spesso il primo schizzo nasce a matita su carta (si tratta per lo più dei contorni) per proseguire poi in Photoshop.
Una volta definita la bozza, inizia la ricerca del materiale fotografico necessario.
Penso che il lavoro più arduo sia quello di mixare gli elementi tra loro senza che si noti l'artefatto. Ogni elemento che aggiungi alla scena va armonizzato con l'altro, integrato al meglio affinché nell'immagine finale non si percepisca il lavoro svolto. 
Un po' come un artigiano che nasconde in ogni dettaglio della sua opera i segreti della sua tecnica.
Per questo penso che il libro cardine del Matte Painting, "L'arte invisibile", non potesse avere un titolo più giusto e calzante. Questo a mio parere rimane il lato più affascinante di questo lavoro, rendere il tuo spettatore un partecipe inconsapevole.
Generalmente mi piace dare ai miei lavori un'impronta dipinta, talvolta esagerare un effetto per dare all'immagine un tocco di magico e emozionale, qualcosa che la sola fotografia non può dare.
Talvolta mi piace l’idea di realizzare una rievocazione artistica antica.
Il passato e tutta la storia dell'arte sono pieni di ispirazione per questo lavoro.  Sono sempre stato affascinato dalle tecniche di pittura dei grandi artisti, dalla loro ineguagliabile capacità di rendere viva un’immagine servendosi solo del proprio genio e degli antichi strumenti a disposizione, strumenti che oggi possiamo trovare in  chiave moderna incolonnati a sinistra nel pannello di Photoshop.  
 
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Treddi.com: In produzione, i vantaggi del digitale sono immensi. Ritieni che ci sia ancora spazio per un matte painter che basa il proprio workflow su strumenti analogici, oppure chi ama il pennello e la tela farebbe meglio ad orientarsi verso l'arte contemporanea, finalizzando i propri lavori alle gallerie?
 
Penso che non si possa parlare di un salto netto tra analogico e digitale.
Tradizionalmente, i matte paintings venivano eseguiti da grandi artisti, utilizzando vernici o pastelli, su grandi lastre di vetro per poterli integrare all'interno delle riprese in live action.
Il digitale ha indubbiamente rivoluzionato il lavoro e tutto il processo produttivo. 
E' venuto incontro all'artista, ha reso il suo lavoro  più flessibile  e  veloce permettendo di gestire perfettamente un'immagine, talvolta di apportare delle modifiche anche durante la lavorazione, cosa che risultava quasi impossibile nelle procedure del Matte Painting tradizionale.
Questo non vuol dire che le tecniche digitali abbiano annullato  o comunque sostituito definitivamente quelle tradizionali. Molti artisti, sono soliti lavorare su carta nella fase di concept, la matita e la penna restano ancora gli strumenti più efficaci per il primo step. 
Gli strumenti analogici conservano indubbiamente un fascino che il pc non restituisce,  ma è solo grazie al digitale se  oggi siamo arrivati ad ottenere scene sempre più complesse e con un sostanziale livello di fotorealismo che sfiora quasi la perfezione. 
In definitiva penso che sia impossibile oggi lavorare con le sole tecniche tradizionali le quali risultano limitate e difficili da integrare nella complessità della pipeline moderna.
Aldilà di quanto appena detto,  penso che non si possa parlare di sola tecnica; alla base di tutto a fare la differenza stanno la creatività e le capacità artistiche mentre la tecnica è solo il mezzo che consente di metterle in moto.
 
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Treddi.com: Tra i lavori che hai avuto l'opportunità di completare o che hai attualmente in corso, ce n'è uno cui ti senti maggiormente legato?
 
Fabio Santoro: Il lavoro al quale al momento sono più affezionato e che sento più mio, sia per lo stile che per il messaggio che trasmette, è senza dubbio The lost future. 
Il matte painting, recentemente portato a termine, rappresenta Roma, la città eterna, in veste apocalittica. 
Non è un caso il fatto che abbia realizzato l'opera in questo preciso periodo storico. 
The lost future rappresenta il mio disappunto nonchè il rammarico per la crisi che sta attualmente investendo l'Italia.
Ho fatto sì che niente fosse casuale, puntando tutto sulla scelta metaforica.
Inoltre, affascinato ed ispirato dagli artisti del passato, ai quali guardo sempre con grande devozione, ho realizzato l'opera rifacendomi ai quadri risorgimentali, dove il sentimento patriottico è il vero messaggio da trasmettere, con il proposito di segnare, nel tempo, i momenti più importanti della storia del Paese.
Una scelta contenutistica e stilistica allo stesso tempo, dettata prevalentemente dalla grande affinità che, a mio parere, lega l'arte digitale e le varie correnti artistiche che hanno segnato la Storia dell'arte.
 
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Treddi.com: Guardiamo avanti. Cosa fa oggi Fabio Santoro e cosa farà domani Fabio Santoro? Hai degli obiettivi da raggiungere, dei sogni nel cassetto
 
Fabio Santoro: Non sono mai stato un grande pianificatore del futuro, l'esperienza mi ha sempre insegnato che tutto può cambiare in pochi istanti e che devi sempre essere pronto a fare una scelta su quello che il momento ti offre. 
Raramente guardo oltre l'orizzonte e cerco sempre di evitare i progetti a lungo termine, anche se le passioni ti portano sempre a sognare in grande; tutti custodiamo un sogno nel cassetto.
Attualmente lavoro come matte painter/concept artist a Squint Opera, uno studio che si occupa di 
pre-visualizzazione di architettura basato a Londra, e mi ritengo molto soddisfatto di tutto quello che ho  raggiunto fino ad ora.
Sono felice della realtà che sto vivendo, e sono onorato di avere ogni giorno l’opportunità di lavorare con professionisti che credono nelle mie capacità e dai quali traggo un enorme insegnamento che cerco di ricambiare con la passione e dedizione che metto nel mio lavoro. 
Il sogno del domani? Quello di poter  applicare  quanto appreso finora nel cinema, lavorare per i grandi film  e rivedere sul grande schermo i miei lavori. 
A volte a Squint Opera mi è capitato di sentirmi dire che i miei lavori hanno una forte valenza cinematografica e questo mi rende felice.
Mi piace sempre aggiungere qualcosa in più dello stretto necessario alle immagini a cui lavoro e in architettura dove tutto è molto rigoroso e deve apparire il piu pulito e funzionale possibile, non è semplice  applicare uno stile più pittorico.
A volte mi capita di spendere piu tempo nella lavorazione di un cielo che in tutta la composizione degli elementi che mi arrivano dal reparto 3d perchè quel cielo spesso può cambiare totalmente la sensazione di un'immagine.
Questo mio "andare controcorrente" se cosi vogliamo definirlo,  è stato apprezzato e ad oggi mi ha regalato grandi soddisfazioni.
Per quanto riguarda gli obbiettivi più prossimi, mi piacerebbe portare a compimento un progetto personale a cui ho cominciato a lavorare recentemente.
Il progetto prevede la realizzazione di una serie di matte painting che riproducano le scene salienti dell'opera letteraria che considero il più grande capolavoro di tutti i tempi.
L'opera, di carattere fortemente allegorico, rappresenta un viaggio, il più grande ed avventuroso viaggio che un uomo possa fare, e che io col mio stile e la mia fantasia cercherò di reinterpretare. L'opera letteraria, non ancora adeguatamente sfruttata dalle case cinematografiche, ha ancora molto da offrire, sopratutto tenendo in considerazione i potenti mezzi di cui il cinema, e l'arte in generale, dispone attualmente. Non potrò che essere felice quando vedrò qualcuno coraggioso di ideare e produrre un film su quest'opera.
Cercherò quindi di riprodurre alcuni scenari di questo capolavoro mettendo insieme realtà e immaginazione e cogliendone al meglio ogni suo aspetto. Sarà una sfida ma allo stesso tempo una grande esperienza non solo tecnica ma anche sensazionale.  Sarà  anche il mio  Viaggio.
Per creare un po' di suspence preferisco non rivelare il titolo del libro ma spero di potervi far vedere presto qualcosa!
 
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Treddi.com: Vedi possibile, o almeno in parte desideri tornare in Italia o ritieni che il tuo futuro e quelli che vogliono fare di questa passione una vera professione sia da ritenersi altrove? 
 
Fabio Santoro: L'Italia è e rimarrà sempre la mia terra, con tutte le sue tradizioni e la sua cultura ma soprattutto  con i  miei affetti che nessuna distanza potrà mai spezzare.  
Quando si vive fuori dal proprio paese è necessario sviluppare una forte capacità di adattamento  ed anche una forza interiore che ti spinge a resistere.
Credo che si riesca in questi intenti quando si sente davvero  il desiderio di realizzare le proprie aspirazioni, o almeno, questo è quello che è stato per me.
Purtroppo, considerando la situazione attuale del mio paese e rifacendomi a quanto ho già detto prima, credo che  il mio futuro rimarrà altrove anche se la speranza che le cose un giorno possano cambiare c'è e ci sarà sempre.
Per ora guardo al presente, a quello che Londra mi offre.
Londra è una città apertissima,  ricca di opportunita' e ispirazione allo stesso tempo, e se credi davvero nelle tue passioni, ti dà la possibilità di farti apprezzare.
 
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Comments

bellisimi lavori, una persona vera che si è fatta valere, ...penso di aver capito a quale opera ti riferisci, sono sicuro che con l'impegno (che l'opera inpone) e,  la tua capacità ne verrà fuori qualcosa di veramente forte.

Mi dispiace che per realizzare questi lavori, come succede anche ad altri, in altri settori si debba andare all'estero ma, anche per fare questo ci vuole coraggio. Auguri.

 

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Un grande professionista, un grande uomo, un grande amico! Ho avuto la fortuna ed il piacere di averlo come compagno di banco al master in CG. Ricordo ancora le risate in palestra e negli appartamenti di quel palazzo pieno di vita a Roncade! 

Continua così Fabio sei un grande!

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Sono anni che seguo squint/opera ed è bellissimo sapere che un italiano riesce a farsi spazio in un certo ambito grazie al proprio talento ! ! ! ! ! ! !

Fabio io faccio il tifo per te ! ! ! !

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