Da quando ha iniziato a diffondersi l’uso delle immagini digitali ci siamo abituati a vedere centinaia, migliaia di immagini, ognuna delle quali racconta una storia.
Di solito la storia è costituita da una singola immagine, un condensato narrativo racchiuso in uno still.

Raramente capita di vedere immagini in serie, raccolte per temi comuni, realizzate da persone diverse, in un arco di tempo ampio.

Per questo motivo sono interessanti approcci come quello usato nella mostra Wireframes che si è tenuta all’A+D Museum di Los Angeles in cui i lavori vengono inseriti in un percorso narrativo.

La mostra che è attualmente esposta allo Iuav di Venezia raccoglie una serie limitata di immagini (quelle prodotte dagli studenti del Master in Architettura Digitale dal 2011 a oggi) con l'intento di uscire dall'immagine singola per entrare in una coralità di visione che solo una mostra può dare.

Ogni artista ha proposto la sua interpretazione di un riferimento illustre, all'interno di temi diversi, che vanno dalle utopie agli oggetti di design.

Il risultato è una sorta di dialogo tra artista e riferimento, e fra gli artisti tra loro.

Come sarebbe la città di Sant'Elia, o di Le Corbusier o di Yona Fridman? Vedere le utopie (per loro natura non realizzabili) prendere forma grazie alla modellazione e al rendering è una sfida all’utopia stessa, che talvolta assume sfumature crudamente distopiche.

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Matteo Tibaldo - Antonio Sant'Elia, La città nuova.

E come sarebbe Venezia se il palazzo Venier dei Leoni, che oggi ospita la collezione Guggenheim, fosse stato completato; o se Luis Kahn avesse costruito il suo centro congressi e Le Corbusier l'ospedale?

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Il centro congressi di Luis Kahn all'Arsenale di Venezia, in una immagine di Giuseppe De Mita e Cecilia Rosa.


E resistono le architetture di Carlo Scarpa, così legate alla scelta dei materiali e delle sensazioni, alla traduzione in digitale?

Carla Di Girolamo, Grazia Vittoria Corsaro, la Querini di Carlo Scarpa

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Carlo Scarpa nella tomba Brion, di Andrea Della Vittoria


Lo stesso si potrebbe dire per architetture legate fortemente alla luce come quelle di Kengo Kuma, Alberto Campo Baeza e Tadao Ando.

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L'architettura di Alberto Campo Baeza in una immagine di Alberta Benedetti

Questa mostra mette in luce il fatto che le immagini digitali delle architetture non sono più solo un veicolo commerciale o una gara a chi la fa più somigliante al vero. Le immagini digitali sono un mezzo espressivo attraverso il quale l’artista comunica una intenzione, una visione e una lettura del suo oggetto, proprio come avviene nel caso delle immagini analogiche o nella fotografia. Assistere alla fase in cui una disciplina esce dal caos delle fase nascente per cominciare a definirsi, a darsi un prima e un dopo, a individuare i suoi maestri, è una occasione che non capita spesso di incrociare.

Da questo link è possibile scaricare il catalogo completo delle tavole esposte.

A breve inoltre uscirà il tutorial dell'immagine di Alberta Benedetti sull'opera di Alberto Campo Baeza.

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Articolo publiredazionale realizzato in collaborazione con il Master in Architettura Digitale che si tiene presso l'Università IUAV di Venezia